lunedì 22 luglio 2019

Il Disturbo da binge-eating: cos'è, come riconoscerlo e quali possono essere i rimedi

Il numero sempre più crescente di persone che soffrono di binge eating sta attirando l'attenzione di molti psicoterapeuti.
Prima di addentrarci in questo disturbo occorre fare una breve introduzione diagnostica.
Quello che oggi viene chiamato disturbo da binge-eating, binge-eating disorder o disturbo da alimentazione incontrollata, è racchiuso nel campo più vasto dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.
A livello clinico è caratterizzato da abbuffate, simili a quelle della bulimia ma che non vengono seguite da pratiche di eliminazione o compensazione quali, ad esempio, vomito, abuso di lassativi o diuretici. Come la bulimia, le abbuffate vengono effettuate di nascosto, spesso sono associate alla sensazione di perdita di controllo sulle quantità di cibo assunto e terminano soltanto in seguito a una sensazione di pienezza eccessiva e sgradevole. Spesso i pazienti riferiscono che le abbuffate sono accompagnate da un senso di frustrazione, inadeguatezza e disgusto verso se stessi.
Oggi il disturbo da binge-eating è stato incluso nel DSM-V come categoria distinta di disturbo dell’alimentazione. Nel DSM-V Manuale Diagnostico e Statistico di Disturbi Mentali il disturbo da binge-eating ha mantenuto i criteri diagnostici simili a quelli del DSM-IV con l’eccezione del criterio D (frequenza e durata abbuffate). Le abbuffate si devono verificare, in media, almeno una volta alla settimana per 3 mesi, mentre nel DSM-IV si dovevano verificare almeno due giorni la settimana per 6 mesi.
I criteri diagnostici del disturbo da binge-eating riportati nel manuale DSM-V sono i seguenti:
  1. Ricorrenti episodi di abbuffate.
    1. Mangiare, in un periodo definito di tempo (per es., un periodo di due ore) una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili.
    2. Sensazione di perdere il controllo durante l’episodio (per es., sensazione di non riuscire a smettere di mangiare o a controllare cosa o quanto si sta mangiando).
  2. Gli episodi di abbuffata sono associati a tre o più dei seguenti aspetti:
    1. Mangiare molto più rapidamente del normale.
    2. Mangiare fino a sentirsi spiacevolmente pieni.
    3. Mangiare grandi quantità di cibo anche se non ci si sente fisicamente affamati.
    4. Mangiare da soli perché a causa dell’imbarazzo per quanto si sta mangiando.
    5. Sentirsi disgustati verso se stessi, depressi o assai in colpa dopo l’episodio.
  3. È presente un marcato disagio riguardo alle abbuffate.
  4. L’abbuffata si verifica, in media, almeno una volta alla settimana per 3 mesi.
I pazienti che soffrono di binge eating spesso mostrano un’alta correlazione con il sovrappeso o obesità. Le ricerche evidenziano una stretta connessione tra Binge eating e depressione, ansia, ipocondria, difficoltà nei rapporti interpersonali e nella sessualità.
Il più delle volte questi pazienti arrivano al colloquio dopo aver seguito svariate diete, finalizzate alla perdita di peso, senza riuscirci e generando ulteriore frustrazione.
Si è visto che oltre al disagio psicologico associato, l’obesità che ne deriva comporta un significativo aumento del rischio di patologie organiche come le malattie metaboliche, l’ipertensione, le dislipidemie, il diabete, i problemi muscoloscheletrici, le alterazioni ormonali, le disfunzioni sessuali, le difficoltà cardiorespiratorie ecc.
Come per l’anoressia e la bulimia, l’origine del disturbo da binge-eating è complessa. Si sommano vari fattori: genetici, personali, familiari, sociali e ambientali.
Oggi il disturbo da binge-eating deve essere affrontato a 360°, sia sotto l'aspetto psicologico che su quello organico. 
Come tutti i disturbi del comportamento alimentare, il B.E.D. deve essere trattato con un approccio multidisciplinare che preveda una collaborazione tra vari specialisti psichiatra, internista, dietologo e psicologo/psicoterapeuta. Spesso risulta utile per questi pazienti un trattamento farmacologico che  si avvale della somministrazione di antidepressivi e ansiolitici, mentre la psicoterapia può risolvere le problematiche legate alla impulsività, alla messa in atto di relazioni disfunzionali cui spesso sono soggetti questi pazienti, alla mancanza di autocontrollo, promuovendo una maggior consapevolezza e gestione delle crisi a cui tali soggetti vanno in corso.
I numerosi studi a riguardo hanno dimostrato come l'approccio multidisciplinare, basato sul coinvolgimento di medici internisti, nutrizionisti, endocrinologi, psicoterapeuti e psichiatri, assicuri al paziente buone probabilità di ottenere un recupero efficace, sicuro e duraturo.
A volte, in base alla gravità del caso, è possibile valutare l’impiego di farmaci che riducono la sensazione di fame o l’assorbimento dei nutrienti oppure il ricorso a interventi che interferiscono con l’assunzione di cibo o con la sua assimilazione. In altri casi, invece, è consigliabile l’intervento di chirurgia bariatrica, dopo aver fatto una visita specialistica per capire il tipo di intervento da scegliere in base alla tipologia del paziente. Esistono soluzioni temporanee come l’inserimento del “palloncino” nello stomaco o il bendaggio gastrico oppure tecniche permanenti e maggiormente invasive, quali la riduzione delle dimensioni dello stomaco o il bypass gastro-duodenale.
Quando questi pazienti presentano problematiche di natura psicologica o psichiatrica, che possano interagire negativamente sulla loro vita, viene negata la possibile soluzione bariatrica.
La persona affetta da tale disturbo si presenta spesso come emotivamente fragile, isolata, con una scarsa autostima, senso di inadeguatezza e sensi di colpa. Il livello di insoddisfazione e la depressione sembrano attenuarsi momentaneamente con l’uso del cibo.
Alcuni studiosi hanno evidenziato il ruolo importante a carico delle prime esperienze di vita infantile. Per esempio, si è visto che esiste un alta incidenza di: disturbi depressivi nei genitori, alcolismo, aggressività che sfocia in vere e proprie forme di violenze, tendenza all'obesità e atteggiamento svalutante riguardo la forma, il peso e la modalità di alimentazione.
Le abbuffate, spesso, rappresentano un rifugio ad un vissuto di tensione insostenibile, ad uno stato emotivo ritenuto intollerabile. L’uso del cibo, all'inizio, sembra placare tensioni irrisolte per poi ripresentarsi nuovamente durante altre situazioni di disagio. Come un circolo vizioso diventa un automatismo utilizzato nelle situazioni con forte impatto emotivo. Il cibo viene usato come un elemento di gratificazione che arresta solo apparentemente la tensione interiore che il soggetto sta vivendo.
Attualmente, il Binge Eating Disorder è considerato un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso. Le ricerche hanno evidenziato una diminuzione delle abbuffate in risposta alla terapia farmacologica con antidepressivi e alla psicoterapia.
E' stato dimostrato che esiste, quindi, una forte associazione tra questo disturbo e l’obesità. Proprio per tale motivo, a differenza dei pazienti con Bulimia Nervosa, generalmente normopeso, quelli con B.E.D. si rivolgono a centri specializzati per la cura dell’obesità, piuttosto che a quelli per la cura dei disturbi alimentari.
Lavorare in équipe è molto utile con questi pazienti ma, nella stanza, insieme allo psicoterapeuta, è importante comprendere le dinamiche profonde che impediscono al paziente di effettuare un vero cambiamento della sua vita.


Dott.ssa Alessandra Scala
Psicologa – Psicoterapeuta
www.psicologascala.it




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Associazione Nazionale Psicologi Psicoterapeuti
www.anapp.it | articolipsicologia.anapp.it

lunedì 8 luglio 2019


Sindrome da Burn-out: è stata finalmente riconosciuta come malattia

Il termine burn-out, di origine anglosassone, letteralmente significa esaurimento, crollo o surriscaldamento, dà chiaramente l’idea di ciò di cui si sta parlando, ovvero una condizione di stress.
La sindrome del burnout venne inizialmente associata alle professioni sanitarie e assistenziali, per poi essere riconosciuta come associata a qualsiasi contesto lavorativo con alte condizioni stressanti e pressanti come ad esempio posizioni di grande responsabilità lavorativa.