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martedì 25 giugno 2019




COS’E’ L’ANSIA 
E COME AFFRONTARLA




L’ANSIA COME ISTINTO DI SOPRAVVIVENZA

L’ansia è uno stato psicologico e fisiologico caratterizzato da aspetti emozionali, cognitivi, comportamentali e somatici ben precisi. È una reazione normale e fisiologica dell’individuo quando è sottoposto a stress.
A dispetto della connotazione negativa che spesso gli viene attribuita, l’ansia può aiutare l’individuo a superare ostacoli e situazioni difficili, spronandolo a mantenere alta la concentrazione.
Ansia e paura sono fondamentali per la nostra sopravvivenza. Esse agiscono in modo automatico, proteggendo il soggetto, mettendolo in guardia dai pericoli e predisponendolo a “scappare” o a “combattere”.

In situazioni di pericolo o di difficoltà il nostro corpo si prepara a proteggersi producendo e rilasciando ormoni (es. l’adrenalina). 
In genere il respiro si accorcia e diventa più veloce (per apportare più ossigeno ai muscoli), la bocca si prosciuga, la digestione rallenta (perché tutto il sangue possa arrivare ai muscoli) e i sensi diventano più sensibili e tengono in allerta il cervello.

DALL'ANSIA SANA A QUELLA PATOLOGICA

L’ansia spinge il soggetto nella ricerca di soluzioni adeguate al contesto, ad es. nel caso di un esame, di una gara sportiva, di un colloquio di lavoro ecc.
L’ansia è considerata funzionale o sana se:
- è una risposta a un pericolo reale;
- la sua intensità è proporzionata all'entità del pericolo;
- scompare quando il pericolo cessa.

Quand'è che l’ansia non è più sana?
Secondo quanto rilevato da studi psicologici, i disturbi d’ansia sono diversi dalla normale paura o ansia evolutiva quando sono eccessivi o persistenti (durano tipicamente 6 mesi o più) rispetto allo stadio di sviluppo. 
Secondo il rapporto Istat del 2017 tali disturbi interessano il 5% della popolazione italiana, circa tre milioni di persone.
Le persone che ne soffrono appaiono cronicamente ansiosi ed apprensive e, in assenza di apparenti motivazioni, lamentano uno stato di preoccupazione per circostanze ordinarie, tanto da compromettere le attività della vita quotidiana.

I sintomi dell’ansia:
aumento del battito cardiaco
aumento della sudorazione e tremori
dispnea o sensazione di soffocamento
sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto
sensazioni di vertigine, di instabilità, di “testa leggera” o di svenimento
brividi o vampate di calore, parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio)
 derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi)
paura di perdere il controllo o “impazzire” e paura di morire.

I sintomi dell’ansia possono comparire diversamente a seconda della persona.
Quando i sintomi sono così persistenti, possono comparire anche disturbi in ambito gastroenterico: meteorismo, dispepsie, nausea e diarrea; mentre i sintomi legati ad una spiccata tensione muscolare, particolarmente al capo, al collo e al dorso, sono spesso responsabili dei dolori diffusi e delle cefalee localizzate in sede occipitale e frontale.


IL TRATTAMENTO

La terapia psicologica
Spesso, in ambito clinico, si ha a che fare con forme d'ansia anche molto intense nelle quali, almeno apparentemente, non è individuabile un vero e proprio oggetto (persone, cose, situazioni) che inneschi nel paziente la risposta ansiosa.
Questa condizione rimanda al problema del come individuare le reali cause dell'ansia patologica.
Ciò attualmente è possibile solo attraverso gli strumenti messi a disposizione dalla Psicologia.

La terapia farmacologica
Nei casi di ansia eccessiva può essere opportuno ricorrere ad una terapia farmacologica.
La terapia farmacologica può, infatti, essere un valido aiuto soprattutto inizialmente.
Con i farmaci è possibile, ad esempio, bloccare le reazioni fisiologiche associate al panico, mantenendo sotto soglia tutte quelle reazioni come battito cardiaco, respirazione, sudorazione, ecc., che normalmente sono alterate da uno stato di ansia.

QUALI SOLUZIONI TRA PSICOTERAPIA E FARMACI?

Un approccio integrato tra psicoterapia e farmaci
Il problema principale è che una terapia unicamente farmacologica, pur sedando le reazioni, non incide sulla “percezione della paura” e sulle cause che hanno scatenato tale condizione.
Per questo motivo la persona, pur prendendo la terapia farmacologica, continua a provare paura. Inoltre, quando l’organismo si adatta alla sostanza sviluppa assuefazione al farmaco che inizia a non fare più l’effetto desiderato.

Dunque la terapia farmacologica dovrebbe sempre essere associata ad una psicoterapia, attraverso la quale è possibile affrontare le cause che hanno scatenato lo stato di ansia e aiutare la persona ad assumere comportamenti più efficaci.
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Associazione Nazionale Psicologi Psicoterapeuti
www.anapp.it | articolipsicologia.anapp.it

venerdì 10 maggio 2019

Lo sviluppo del linguaggio nei primi anni di vita: come orientarsi.

Dalla parola alla frase.
La capacità di comunicare per la maggior parte dei bambini, si sviluppa in modo naturale e senza la necessità di fornire stimoli particolari.
Inizialmente i bambini sviluppano l’interesse per l’ambiente, per le persone e per i suoni; nel secondo semestre cominciano a comunicare attraverso i gesti e a sperimentare i suoni attraverso la lallazione.

martedì 18 settembre 2018

LE ZONE D’OMBRA DEL BULLISMO

Perché il dolore è più dolor, se tace…” (G. Pascoli)
 “Era ormai dall'inizio dell’anno che quella sedia era diventata il posto più odioso che potesse esserci sulla faccia della terra. Mi avevano messo lì e non potevo, né riuscivo, ad andarmene… pusillanime…, che al massimo reagivo con un mugugno, che mi rendeva ancora più ridicolo.
Era dall’inizio dell’anno che quei due dietro di me non facevano altro che tormentarmi con dispetti e umiliazioni, e il prof di italiano non gli diceva niente...forse tra sé e sé pensava che ero proprio un vigliacco cagasotto.

Un giorno mi sono girato e dall'altro lato della classe ho visto lo sguardo strano, tra compassionevole e imperterrito, di Elena e suo fratello che vedevano tutto e non dicevano niente… mi sono vergognato da morire… soprattutto perché Elena mi piaceva un po'… Oggi so che in quegli occhi c’era anche paura, paura che potessero fare anche a lei quello che quei due facevano a me.

Finalmente l’anno era finito e io sono andato al Liceo ma oggi ancora mi viene da sudare e arrossisco un po’ se qualcuno mi guarda mentre sto facendo qualcosa, vengo preso da una incomprensibile e ingiustificata paura di essere giudicato.

Le numerose campagne e gli editti allarmistici che ormai da tempo attenzionano questo fenomeno dilagante, sembrano non essere riusciti ancora a rassicurarci su un quesito dirimente e cioè quanto i nostri ragazzi siano realmente tutelati, quanto la società (cioè noi!) abbia sviluppato sufficienti anticorpi per proteggersi da una malattia sociale, qual è il bullismo, una malattia dalle qualità camaleontiche che sembrano assicurarne la costante rigenerazione.
In realtà, la nostra società, sembra avere in sé delle forti contraddizioni che denuncerebbero una vulnerabilità di fondo, tanto da incidere sul potere dissuasivo e rischiare di rendere vacue le azioni di contrasto al fenomeno.
Solo per fare un esempio, è innegabile che il modello di vita dominante nella società attuale sia quello competitivo.
Questo modello fa si che la nostra società sia caratterizzata fondamentalmente da una struttura gerarchica e da una rete di interazioni sociali basate prevalentemente su rapporti di potere. In questo contesto gli altri sono percepiti in modo competitivo, sono visti come una minaccia o un antagonista, da sopraffare e da vincere, sul quale comunque stabilire una supremazia.
Convinzione questa rafforzata dal significato ambiguo che ha dentro di sé il termine stesso di “aggressività”, spesso comparato al concetto di “autoaffermazione”, all’interno del quale vengono compressi significati come “efficiente”, “coraggioso”, “attivo”, “disposto a battersi per i diritti propri e quelli altrui”.
Nella migliore delle ipotesi possiamo affermare che nella nostra società l’atteggiamento verso l’aggressività è ambiguo. Da una parte, in linea di principio, i comportamenti aggressivi vengono condannati, dall’altro, di fatto, sono spesso accettati, tollerati, ignorati o negati.
E l’autoaffermazione “aggressiva” sono, a volte, certi genitori a incoraggiarla. Uno dei motivi può essere rintracciato, ad esempio, nel timore che, in una società competitiva come la nostra, i figli non siano in grado di affrontare la vita e di avere successo se non sono abbastanza aggressivi, pena il rischio di essere schiacciati, umiliati, assoggettati ed emarginati dagli altri, di passare per “sfigati”.
Questa è l’aria che i bambini respirano nel gioco, nello sport, nella stessa scuola, nella vita quotidiana, con l’effetto di trasformare il loro piacere di compiere una determinata attività nel piacere di compiere questa attività meglio degli altri.
Ma è proprio tra le pieghe di questo modello sociale che si annidano i fattori di rischio, tanto invisibili quanto devastanti, che fanno da humus in cui far attecchire il bullismo.
Sono le “zone d’ombra del bullismo”, quegli aspetti del fenomeno che rendono arduo agli adulti il compito di poterlo riconoscere e smascherare, perché le angherie, i soprusi, le prepotenze avvengono sì nell'ombra, nei luoghi meno controllati, ma anche sotto sembianze subdole e, evidentemente, difficili da decodificare, vuoi per la nostra disattenzione, vuoi per superficialità o perché ormai condizionati dall'effetto narcotizzante di una società assuefatta alla violenza. 
Un fattore di rischio in cui il bullismo può trovare terreno fertile, e quindi proliferare, è la presenza e/o diffusione di un sistema di norme informali di accettazione e tolleranza nei confronti di comportamenti aggressivi e prepotenti, spesso mutuati dal mondo adulto, e agiti mediante, ad esempio la denigrazione, la derisione, il giudizio, che molte volte trovano sponda nell’omertà o nella paura delle conseguenze di chi invece dovrebbe o potrebbe intervenire. Comportamenti, come ad esempio le prese in giro, gli scherzi di cattivo gusto, l’uso molesto delle mani, che se acquisiti come norme comportamentali tollerate, “normalizzati” e assorbiti nel tessuto delle quotidiane interazioni e relazioni tra bambini, possono sortire, con i loro effetti squalificanti, delle ricadute dannose, distruttive su personalità, per definizione, fragili, come quelle in fieri dei nostri ragazzi, sulla loro autostima. E tra loro c’è ne sono di ancora più fragili, bambini che magari vivono momenti delicatissimi della loro vita a causa ad esempio del clima teso di una coppia di genitori alle prese con una separazione, peggio ancora se conflittuale; a causa dello stress che comporta il dover ricomporre l’assetto della propria vita conseguentemente ad un trasferimento, o per la perdita di una persona cara.
Vergogna e rabbia sono le due facce della stessa medaglia, sono i due sentimenti che più di altri animano i pensieri di chi subisce prepotenze e ingiustizie e di cui è determinante riconoscerne i segnali, che spesso passano in maniera silente e inosservati.
Ecco che allora diventa determinante l’azione binaria e combinata su adulti e ragazzi.
Un’azione orientata a proporre a bambini e ragazzi attività improntate sull’educazione alle emozioni e al sentire empatico, che consenta loro di riconoscere i propri sentimenti e di riuscire a comunicarli, di suscitare riflessioni sul proprio sentire e su quello degli altri, di suggerire strategie di controllo delle emozioni più forti, come la rabbia. Una impostazione che poggia sulla convinzione che la più efficace strategia preventiva, il principale strumento di protezione che potremmo insegnare ai nostri ragazzi, risieda nella qualità delle relazioni che riusciamo a costruire con chi ci sta accanto, una regola che forse interessa un po' tutti, a qualsiasi età.
Un intervento che può risultare vano o comunque parziale se non supportato, secondo una visione ecologica e sistemica, da un coinvolgimento ampio e condiviso di tutti gli attori interessati, sia nel contesto familiare che in quello scolastico. Un coinvolgimento del mondo adulto, ispirato da un approccio multidisciplinare, che sappia declinare e articolare le differenti competenze, di ordine psicologico, sociale, educativo, necessarie per affrontare le forme della violenza, non solo nelle sue forme più riconoscibili e clamorose ma anche nella quotidianità di comportamenti che, ancora mascherabili dall’esuberanza o dalla dimensione ludica propria dell’età, rischiano di essere legittimati e quindi diventare qualità permanente delle relazioni interpersonali, pur essendo all’origine di umiliazioni e maltrattamenti.

BIBLIOGRAFIA
E. Buccoliero, M. Maggi (a cura di) (2008), Il bullismo nella scuola primaria, Franco Angeli s.r.l., Milano.

Antonio Protopapa
Psicologo Psicoterapeuta
Terapeuta EMDR
Via F. Cherubini, Roma

cell. 347.30.50.777
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Associazione Nazionale Psicologi Psicoterapeuti
www.anapp.it | articolipsicologia.anapp.it

venerdì 9 marzo 2018

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo: cos’è e come affrontarlo.



“Avrò chiuso la porta di casa?”

“Ho tirato il freno a mano?”

Queste sono solo alcune delle domande che Paolo ogni mattina si pone mentre esce per andare a lavoro e poi lungo il tragitto…Ormai non ce la fa quasi più a gestirle, è arrivato a non andare più a lavoro: semplicemente ha chiamato il suo medico e ha preferito darsi malato, tanta è la pressione che subisce.

lunedì 11 settembre 2017

Quando i soldi c'entrano poco. Il danno non patrimoniale.



Nella tutela della salute (che, come ricordiamo, è un diritto sancito dalla Costituzione) è compresa anche la salute psichica, sebbene la questione del danno alla persona sia stata tradizionalmente appannaggio delle scienze psichiatriche oppure delle scienze medico-legali. Ciò poiché fino a circa un decennio fa l'unica valutazione del danno possibile era di tipo biologico. L'area della valutazione del danno a cura di psicologi è dunque recentissima, e per questa ragione non dispone di una letteratura corposa.

Il danno non patrimoniale è un costrutto unico, una categoria generale che non può essere suddivisa in autonome categorie di danno. È solo a fini descrittivi e psicologico-giuridici che si adottano le distinte denominazioni di “danno morale”, “danno esistenziale” e “danno psichico”. Il danno biologico, quindi, può rimanere puramente tale, oppure intrecciarsi con ciascuna delle tre categorie, poiché a qualsiasi evento di natura biologica è possibile associare una conseguenza morale, esistenziale o psicologica.