giovedì 8 novembre 2018

LE CONSEGUENZE DEL BULLISMO

Il bullismo fa male.

Il bullismo si può configurare come un evento psicologico estremo se si pensa agli effetti detonanti che una simile esperienza può produrre in un bambino o in un adolescente. Violenze fisiche, minacce, calunnie, esclusione, molestie, insulti, derisioni, perseveranti e intense, possono tracciare i solchi di un processo corruttivo capace di minare alle basi l’assetto strutturale della personalità di un individuo.  


E la comparsa, combinata o differita, di specifici sintomi, nel comportamento quotidiano del bambino o dell’adolescente, possono essere i segnali rivelatori che l’azione carsica di vessazioni, soprusi, maltrattamenti fisici e psicologici, agiti nei loro confronti, sta producendo i suoi tossici effetti.

martedì 18 settembre 2018

LE ZONE D’OMBRA DEL BULLISMO

Perché il dolore è più dolor, se tace…” (G. Pascoli)
 “Era ormai dall'inizio dell’anno che quella sedia era diventata il posto più odioso che potesse esserci sulla faccia della terra. Mi avevano messo lì e non potevo, né riuscivo, ad andarmene… pusillanime…, che al massimo reagivo con un mugugno, che mi rendeva ancora più ridicolo.
Era dall’inizio dell’anno che quei due dietro di me non facevano altro che tormentarmi con dispetti e umiliazioni, e il prof di italiano non gli diceva niente...forse tra sé e sé pensava che ero proprio un vigliacco cagasotto.

Un giorno mi sono girato e dall'altro lato della classe ho visto lo sguardo strano, tra compassionevole e imperterrito, di Elena e suo fratello che vedevano tutto e non dicevano niente… mi sono vergognato da morire… soprattutto perché Elena mi piaceva un po'… Oggi so che in quegli occhi c’era anche paura, paura che potessero fare anche a lei quello che quei due facevano a me.

Finalmente l’anno era finito e io sono andato al Liceo ma oggi ancora mi viene da sudare e arrossisco un po’ se qualcuno mi guarda mentre sto facendo qualcosa, vengo preso da una incomprensibile e ingiustificata paura di essere giudicato.

Le numerose campagne e gli editti allarmistici che ormai da tempo attenzionano questo fenomeno dilagante, sembrano non essere riusciti ancora a rassicurarci su un quesito dirimente e cioè quanto i nostri ragazzi siano realmente tutelati, quanto la società (cioè noi!) abbia sviluppato sufficienti anticorpi per proteggersi da una malattia sociale, qual è il bullismo, una malattia dalle qualità camaleontiche che sembrano assicurarne la costante rigenerazione.
In realtà, la nostra società, sembra avere in sé delle forti contraddizioni che denuncerebbero una vulnerabilità di fondo, tanto da incidere sul potere dissuasivo e rischiare di rendere vacue le azioni di contrasto al fenomeno.
Solo per fare un esempio, è innegabile che il modello di vita dominante nella società attuale sia quello competitivo.
Questo modello fa si che la nostra società sia caratterizzata fondamentalmente da una struttura gerarchica e da una rete di interazioni sociali basate prevalentemente su rapporti di potere. In questo contesto gli altri sono percepiti in modo competitivo, sono visti come una minaccia o un antagonista, da sopraffare e da vincere, sul quale comunque stabilire una supremazia.
Convinzione questa rafforzata dal significato ambiguo che ha dentro di sé il termine stesso di “aggressività”, spesso comparato al concetto di “autoaffermazione”, all’interno del quale vengono compressi significati come “efficiente”, “coraggioso”, “attivo”, “disposto a battersi per i diritti propri e quelli altrui”.
Nella migliore delle ipotesi possiamo affermare che nella nostra società l’atteggiamento verso l’aggressività è ambiguo. Da una parte, in linea di principio, i comportamenti aggressivi vengono condannati, dall’altro, di fatto, sono spesso accettati, tollerati, ignorati o negati.
E l’autoaffermazione “aggressiva” sono, a volte, certi genitori a incoraggiarla. Uno dei motivi può essere rintracciato, ad esempio, nel timore che, in una società competitiva come la nostra, i figli non siano in grado di affrontare la vita e di avere successo se non sono abbastanza aggressivi, pena il rischio di essere schiacciati, umiliati, assoggettati ed emarginati dagli altri, di passare per “sfigati”.
Questa è l’aria che i bambini respirano nel gioco, nello sport, nella stessa scuola, nella vita quotidiana, con l’effetto di trasformare il loro piacere di compiere una determinata attività nel piacere di compiere questa attività meglio degli altri.
Ma è proprio tra le pieghe di questo modello sociale che si annidano i fattori di rischio, tanto invisibili quanto devastanti, che fanno da humus in cui far attecchire il bullismo.
Sono le “zone d’ombra del bullismo”, quegli aspetti del fenomeno che rendono arduo agli adulti il compito di poterlo riconoscere e smascherare, perché le angherie, i soprusi, le prepotenze avvengono sì nell'ombra, nei luoghi meno controllati, ma anche sotto sembianze subdole e, evidentemente, difficili da decodificare, vuoi per la nostra disattenzione, vuoi per superficialità o perché ormai condizionati dall'effetto narcotizzante di una società assuefatta alla violenza. 
Un fattore di rischio in cui il bullismo può trovare terreno fertile, e quindi proliferare, è la presenza e/o diffusione di un sistema di norme informali di accettazione e tolleranza nei confronti di comportamenti aggressivi e prepotenti, spesso mutuati dal mondo adulto, e agiti mediante, ad esempio la denigrazione, la derisione, il giudizio, che molte volte trovano sponda nell’omertà o nella paura delle conseguenze di chi invece dovrebbe o potrebbe intervenire. Comportamenti, come ad esempio le prese in giro, gli scherzi di cattivo gusto, l’uso molesto delle mani, che se acquisiti come norme comportamentali tollerate, “normalizzati” e assorbiti nel tessuto delle quotidiane interazioni e relazioni tra bambini, possono sortire, con i loro effetti squalificanti, delle ricadute dannose, distruttive su personalità, per definizione, fragili, come quelle in fieri dei nostri ragazzi, sulla loro autostima. E tra loro c’è ne sono di ancora più fragili, bambini che magari vivono momenti delicatissimi della loro vita a causa ad esempio del clima teso di una coppia di genitori alle prese con una separazione, peggio ancora se conflittuale; a causa dello stress che comporta il dover ricomporre l’assetto della propria vita conseguentemente ad un trasferimento, o per la perdita di una persona cara.
Vergogna e rabbia sono le due facce della stessa medaglia, sono i due sentimenti che più di altri animano i pensieri di chi subisce prepotenze e ingiustizie e di cui è determinante riconoscerne i segnali, che spesso passano in maniera silente e inosservati.
Ecco che allora diventa determinante l’azione binaria e combinata su adulti e ragazzi.
Un’azione orientata a proporre a bambini e ragazzi attività improntate sull’educazione alle emozioni e al sentire empatico, che consenta loro di riconoscere i propri sentimenti e di riuscire a comunicarli, di suscitare riflessioni sul proprio sentire e su quello degli altri, di suggerire strategie di controllo delle emozioni più forti, come la rabbia. Una impostazione che poggia sulla convinzione che la più efficace strategia preventiva, il principale strumento di protezione che potremmo insegnare ai nostri ragazzi, risieda nella qualità delle relazioni che riusciamo a costruire con chi ci sta accanto, una regola che forse interessa un po' tutti, a qualsiasi età.
Un intervento che può risultare vano o comunque parziale se non supportato, secondo una visione ecologica e sistemica, da un coinvolgimento ampio e condiviso di tutti gli attori interessati, sia nel contesto familiare che in quello scolastico. Un coinvolgimento del mondo adulto, ispirato da un approccio multidisciplinare, che sappia declinare e articolare le differenti competenze, di ordine psicologico, sociale, educativo, necessarie per affrontare le forme della violenza, non solo nelle sue forme più riconoscibili e clamorose ma anche nella quotidianità di comportamenti che, ancora mascherabili dall’esuberanza o dalla dimensione ludica propria dell’età, rischiano di essere legittimati e quindi diventare qualità permanente delle relazioni interpersonali, pur essendo all’origine di umiliazioni e maltrattamenti.

BIBLIOGRAFIA
E. Buccoliero, M. Maggi (a cura di) (2008), Il bullismo nella scuola primaria, Franco Angeli s.r.l., Milano.

Antonio Protopapa
Psicologo Psicoterapeuta
Terapeuta EMDR
Via F. Cherubini, Roma

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martedì 17 luglio 2018

Verità e falsi miti sulla psicoterapia


Esistono molti preconcetti e falsi miti sulla psicoterapia. Sfatiamone alcuni e cerchiamo di capire cosa succede, veramente, nella stanza del terapeuta.

Lo psicoteraputa è il dottore dei “matti”
No, la psicoterapia è adatta a chiunque voglia raggiungere una condizione di maggiore benessere attraverso un lavoro su se stesso. In particolare, può giovare a chi ha un malessere di natura emotiva, chi vive difficoltà relazionali o chi attraversa un periodo di vita difficile, per cui sente di avere bisogno di un supporto, di uno spazio per sé in grado di attivare e sostenere un cambiamento. Generalmente, si rivolgono a un terapeuta persone consapevoli, che vogliono risolvere i problemi partendo da sé, dalle proprie risorse. È una scelta costruttiva, che denota maturità e capacità di attivare risorse adeguate a superare le proprie difficoltà.

In psicoterapia si parla del passato
C’è il cliché del terapeuta che fa parlare per ore il paziente della propria infanzia, ma le cose non sono affatto così. In terapia si parla di tutto, dunque anche del passato, ma solo nella misura in cui le precedenti esperienze possono influenzare quelle attuali. Il terapeuta non giudicherà la vostra storia, né darà la colpa delle vostre difficoltà ai vostri genitori, o ad altre figure del vostro passato, ma vi aiuterà a superare le difficoltà del presente e a prendere il controllo della vostra vita.

Parlare con un terapeuta è un po' come sfogarsi con un amico
Assolutamente no! Il terapeuta è una figura capace di mettere in atto un ascolto specialistico, mirato. Sa sintonizzarsi sulle problematiche e sul punto di vista del paziente, ma sa anche cosa mettere in rilievo e cosa lasciare sullo sfondo e sa guidare la persona in una profonda riflessione su se stessa e nella ricerca di nuove prospettive e soluzioni.
Inoltre, il terapeuta mantiene sempre una distanza professionale, non si coinvolge nella vostra vita. Non ci sono contatti tra terapeuta e paziente al di fuori delle sedute, né ci sono conoscenze in comune che potrebbero condizionare il rapporto, e questo gli permette di rimanere “obiettivo”.

Il ruolo del terapeuta è quello di consolarvi
Lo scopo del terapeuta non è quello di farvi sfogare, darvi pacche sulla spalla o consolarvi. Anzi, tutto il contrario! Un buon terapeuta si mette nei vostri panni e vi sostiene, ma vi aiuta anche a capire in che modo il vostro atteggiamento contribuisce ai vostri problemi e a prendervi la responsabilità della vostra vita.

Il terapeuta vi darà la soluzione ai vostri problemi
Il terapeuta non vi dirà mai come vivere, né vi darà consigli o indicazioni, perché il suo ruolo non è questo. Quello che si sviluppa con il terapeuta non è mai un rapporto di dipendenza o sudditanza. Non è una figura genitoriale, un guru o un padre spirituale. Il suo compito non è sostituirsi a voi nel pensare e nello scegliere, ma è quello di aiutarvi a sviluppare il vostro punto di vista e le vostre decisioni. Il terapeuta non giudica la vostra vita, rispetta le vostre idee e i vostri valori, sostiene i vostri obiettivi, incoraggia sempre la vostra autonomia, indipendenza e libertà di scelta.

Dunque, cosa succede veramente in psicoterapia?
La psicoterapia è la “terapia della parola”, dunque paziente e terapeuta, essenzialmente, parlano tra loro. Sviluppano anche una relazione, diversa da qualsiasi, basata su un patto di alleanza volto alla risoluzione dei problemi del paziente.

In questo spazio sicuro di ascolto e riflessione, attraverso il “racconto” che la persona fa di se stessa e delle proprie difficoltà, nel contesto della relazione terapeutica, si possono attivare potenti processi di cambiamento. Parliamo di una narrazione molto particolare, che porta a una consapevolezza diversa sulla propria esperienza e, nel contempo, ristruttura e trasforma questa stessa esperienza, mentre i cambiamenti che avvengono dentro di sé si riflettono all’esterno, sulla propria vita e le proprie relazioni.


Dott.ssa Sara Aielli – Psicologa Psicoterapeuta
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lunedì 21 maggio 2018

Cenni sulle origini della dipendenza: dall'“attaccamento insicuro” alla dipendenza


Lo sviluppo mentale del bambino è il retaggio di una relazione in cui il genitore ha saputo dosare e alternare in maniera adeguata esperienze frustranti ed esperienze gratificanti.
Come origina la dipendenza patologica?
La capacità della madre  di sapere alternare in maniera adeguata esperienze gratificanti e frustanti permette al bambino di andare avanti nella sua evoluzione psichica.

venerdì 9 marzo 2018

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo: cos’è e come affrontarlo.



“Avrò chiuso la porta di casa?”

“Ho tirato il freno a mano?”

Queste sono solo alcune delle domande che Paolo ogni mattina si pone mentre esce per andare a lavoro e poi lungo il tragitto…Ormai non ce la fa quasi più a gestirle, è arrivato a non andare più a lavoro: semplicemente ha chiamato il suo medico e ha preferito darsi malato, tanta è la pressione che subisce.