lunedì 8 luglio 2019


Sindrome da Burn-out: è stata finalmente riconosciuta come malattia

Il termine burn-out, di origine anglosassone, letteralmente significa esaurimento, crollo o surriscaldamento, dà chiaramente l’idea di ciò di cui si sta parlando, ovvero una condizione di stress.
La sindrome del burnout venne inizialmente associata alle professioni sanitarie e assistenziali, per poi essere riconosciuta come associata a qualsiasi contesto lavorativo con alte condizioni stressanti e pressanti come ad esempio posizioni di grande responsabilità lavorativa.
Si tratta di una problematica in costante aumento, tanto che è stata riconosciuta come malattia dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il burn-out è stato infatti inserito nell'elenco dei disturbi psichiatrici che entrerà in vigore nel 2022, l' ICD-11.
Il termine è apparso la prima volta nel mondo dello sport, nel 1930, per indicare l’incapacità di un atleta, dopo alcuni successi, di ottenere ulteriori risultati e/o mantenere quelli acquisiti. Il burn-out è quella condizione per la quale svolgere un’attività sportiva impegna ad un punto tale corpo, mente e spirito che la persona, superata una certa soglia, “scoppia” con conseguente stato di esaurimento psicofisico ed emozionale.
La psichiatra americana  Maslach definisce il burn-out: "come la sindrome da esaurimento emotivo, da spersonalizzazione e riduzione delle capacità personali che può presentarsi in soggetti che per professione si occupano della gente"  "reazione alla tensione emotiva cronica del contatto continuo con esseri umani, in particolare quando essi hanno problemi o motivi di sofferenza”.
La sindrome da Burn-out è appunto l'esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni d'aiuto (insegnanti, educatori, infermieri, a volte anche medici) soprattutto se a contatto per tempi prolungati con alcune categorie di pazienti come gli psicotici cronici, gli anziani e gli affetti da Alzheimer, i malati terminali, i disabili.
Si tratta di una sindrome multifattoriale caratterizzata da un rapido decadimento delle risorse psicofisiche e da un peggioramento delle prestazioni professionali.
Può essere considerato come un meccanismo di difesa adottato dagli operatori per contrastare le condizioni di stress lavorativo determinato da uno squilibrio tra richieste/esigenze lavorative e risorse disponibili.
Il Burn-out può dare luogo ad un atteggiamento di indifferenza, malevolenza e di cinismo verso i destinatari della propria attività lavorativa. Il contatto costante con le persone e con le loro esigenze, l’essere a disposizione delle molteplici richieste e necessità, sono alcune delle caratteristiche comuni a tutte quelle attività che hanno come obiettivo professionale il benessere delle persone e la risoluzione dei loro problemi, come nel caso di medici, psicologi, infermieri, insegnanti, ecc..
Negli anni sono state incluse altre categorie di lavoratori a rischio di essere affetti da questo disturbo, ovvero tutti quei professionisti o lavoratori che hanno un contatto frequente con un pubblico, con un’utenza, quindi non più solo gli “helper”, possono quindi far parte di tali categorie tanti liberi professionisti o dipendenti: l’avvocato, il ristoratore, il politico, l’impiegato delle poste, il manager, la centralinista, la segretaria ecc..
Il burnout viene considerato, da molti studiosi, non solo un sintomo di sofferenza individuale legata al lavoro (stress lavorativo), ma anche come un problema di natura sociale provocato da dinamiche sia sociali che politiche ed economiche; la sindrome può infatti interessare il singolo lavoratore, lo staff nel suo insieme e anche le istituzioni (per esempio l’organizzazione dei soccorsi in situazioni di crisi come i Vigili del Fuoco, i Militari, le Forze dell’Ordine ecc..).
Il BurnOut ha manifestazioni specifiche:
         Un deterioramento progressivo dell’impegno nei confronti del lavoro
Un lavoro inizialmente importante, ricco di prospettive ed affascinante diventa sgradevole, insoddisfacente e demotivante.
         Un deterioramento delle emozioni
Sentimenti positivi come per esempio l’entusiasmo, motivazione e il piacere svaniscono per essere sostituiti dalla rabbia, dall’ansia, dalla depressione.
         Un problema di adattamento tra la persona e il lavoro
I singoli individui percepiscono questo squilibrio come una crisi personale, mentre in realtà è il posto di lavoro a presentare problemi.
         Esaurimento
E’ la prima reazione allo stress prodotto da eccessive richieste di lavoro o da cambiamenti significativi. Quando una persona sente di aver oltrepassato il limite massimo sia a livello emozionale sia fisico: si sente prosciugata, incapace di rilassarsi e di recuperare, manca energia per affrontare nuovi progetti, nuove persone, nuove sfide.
         Cinismo
Quando una persona assume un atteggiamento freddo e distaccato nei confronti del lavoro e delle persone che incontra sul lavoro, diminuisce sino a ridurre al minimo o ad azzerare il proprio coinvolgimento emotivo nel lavoro e può abbandonare persino i propri ideali/valori.

Tali reazioni rappresentano il tentativo di proteggere se stessi dall’esaurimento e dalla delusione, si pensa di essere più al sicuro adottando un atteggiamento di indifferenza, specialmente quando il futuro è incerto, oppure si preferisce ritenere che le cose non funzioneranno più come prima, piuttosto che vedere svanire in seguito le proprie speranze. Un atteggiamento così negativo può compromettere seriamente il benessere di una persona, il suo equilibrio psico-fisico e la sua capacità di lavorare.

La sindrome del Burn-out si distingue dallo stress, (concausa del B.), così come si distingue dalla nevrosi, in quanto non si tratta di un disturbo della personalità, ma del ruolo lavorativo.  Dal punto di vista clinico i sintomi del Burn-out sono molteplici, richiamano i disturbi dello spettro ansioso-depressivo, e sottolineano la particolare tendenza alla somatizzazione e allo sviluppo di disturbi comportamentali.

Sintomi comportamentali
         Assenteismo
         Alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno
         Isolamento e ritiro (disinvestimento)
         Senso di stanchezza ed esaurimento tutto il giorno
         Guardare frequentemente l'orologio
         Notevole affaticamento dopo il lavoro
         Fuga dalla relazione
         Progressivo ritiro dalla realtà lavorativa
         Difficoltà a scherzare sul lavoro, talvolta anche solo sorridere
         Ricorso a misure di controllo o allontanamento nei confronti dei pz
         Perdita dell’autocontrollo
         Conflitti coniugali e famigliari
         Tabagismo, eccessivo uso di farmaci, alcol e assunzione di sostanze psico-attive.

I servizi che usufruiscono di una supervisione periodica, in genere psicoanalitica, risultano più protetti: gli individui hanno uno spazio per esprimere le proprie difficoltà e disagio, esprimere la rabbia e i sensi di colpa senza sentirsi giudicato o mettere a rischio il proprio ruolo lavorativo.
Il burn-out porta l'individuo che ne è affetto a mettere in discussione non solo il lavoro, ma la propria identità che viene messa in crisi. In tal senso è importante non limitarsi a trattare i sintomi, ma andare alla radice del problema attraverso un percorso di psicoterapia.

Líntroduzione del disturbo nel manuale diagnostico dell' OMS risulta importante in quanto “autorizza” le persone a chiedere aiuto ad una professionista della salute mentalee, oltre a sensibilizzare gli ambienti di lavoro a rischio per prevenire e intervenire tempestivamente dato che  la salute dei lavoratori dovrebbe essere messa ai vertici della scala di valori di un' azienda.   
Dott.ssa Simona Lorenzetti
Psicologa Psicoterapeuta
www.simonalorenzetti.it
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martedì 25 giugno 2019




COS’E’ L’ANSIA 
E COME AFFRONTARLA




L’ANSIA COME ISTINTO DI SOPRAVVIVENZA

L’ansia è uno stato psicologico e fisiologico caratterizzato da aspetti emozionali, cognitivi, comportamentali e somatici ben precisi. È una reazione normale e fisiologica dell’individuo quando è sottoposto a stress.
A dispetto della connotazione negativa che spesso gli viene attribuita, l’ansia può aiutare l’individuo a superare ostacoli e situazioni difficili, spronandolo a mantenere alta la concentrazione.
Ansia e paura sono fondamentali per la nostra sopravvivenza. Esse agiscono in modo automatico, proteggendo il soggetto, mettendolo in guardia dai pericoli e predisponendolo a “scappare” o a “combattere”.

In situazioni di pericolo o di difficoltà il nostro corpo si prepara a proteggersi producendo e rilasciando ormoni (es. l’adrenalina). 
In genere il respiro si accorcia e diventa più veloce (per apportare più ossigeno ai muscoli), la bocca si prosciuga, la digestione rallenta (perché tutto il sangue possa arrivare ai muscoli) e i sensi diventano più sensibili e tengono in allerta il cervello.

DALL'ANSIA SANA A QUELLA PATOLOGICA

L’ansia spinge il soggetto nella ricerca di soluzioni adeguate al contesto, ad es. nel caso di un esame, di una gara sportiva, di un colloquio di lavoro ecc.
L’ansia è considerata funzionale o sana se:
- è una risposta a un pericolo reale;
- la sua intensità è proporzionata all'entità del pericolo;
- scompare quando il pericolo cessa.

Quand'è che l’ansia non è più sana?
Secondo quanto rilevato da studi psicologici, i disturbi d’ansia sono diversi dalla normale paura o ansia evolutiva quando sono eccessivi o persistenti (durano tipicamente 6 mesi o più) rispetto allo stadio di sviluppo. 
Secondo il rapporto Istat del 2017 tali disturbi interessano il 5% della popolazione italiana, circa tre milioni di persone.
Le persone che ne soffrono appaiono cronicamente ansiosi ed apprensive e, in assenza di apparenti motivazioni, lamentano uno stato di preoccupazione per circostanze ordinarie, tanto da compromettere le attività della vita quotidiana.

I sintomi dell’ansia:
aumento del battito cardiaco
aumento della sudorazione e tremori
dispnea o sensazione di soffocamento
sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto
sensazioni di vertigine, di instabilità, di “testa leggera” o di svenimento
brividi o vampate di calore, parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio)
 derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi)
paura di perdere il controllo o “impazzire” e paura di morire.

I sintomi dell’ansia possono comparire diversamente a seconda della persona.
Quando i sintomi sono così persistenti, possono comparire anche disturbi in ambito gastroenterico: meteorismo, dispepsie, nausea e diarrea; mentre i sintomi legati ad una spiccata tensione muscolare, particolarmente al capo, al collo e al dorso, sono spesso responsabili dei dolori diffusi e delle cefalee localizzate in sede occipitale e frontale.


IL TRATTAMENTO

La terapia psicologica
Spesso, in ambito clinico, si ha a che fare con forme d'ansia anche molto intense nelle quali, almeno apparentemente, non è individuabile un vero e proprio oggetto (persone, cose, situazioni) che inneschi nel paziente la risposta ansiosa.
Questa condizione rimanda al problema del come individuare le reali cause dell'ansia patologica.
Ciò attualmente è possibile solo attraverso gli strumenti messi a disposizione dalla Psicologia.

La terapia farmacologica
Nei casi di ansia eccessiva può essere opportuno ricorrere ad una terapia farmacologica.
La terapia farmacologica può, infatti, essere un valido aiuto soprattutto inizialmente.
Con i farmaci è possibile, ad esempio, bloccare le reazioni fisiologiche associate al panico, mantenendo sotto soglia tutte quelle reazioni come battito cardiaco, respirazione, sudorazione, ecc., che normalmente sono alterate da uno stato di ansia.

QUALI SOLUZIONI TRA PSICOTERAPIA E FARMACI?

Un approccio integrato tra psicoterapia e farmaci
Il problema principale è che una terapia unicamente farmacologica, pur sedando le reazioni, non incide sulla “percezione della paura” e sulle cause che hanno scatenato tale condizione.
Per questo motivo la persona, pur prendendo la terapia farmacologica, continua a provare paura. Inoltre, quando l’organismo si adatta alla sostanza sviluppa assuefazione al farmaco che inizia a non fare più l’effetto desiderato.

Dunque la terapia farmacologica dovrebbe sempre essere associata ad una psicoterapia, attraverso la quale è possibile affrontare le cause che hanno scatenato lo stato di ansia e aiutare la persona ad assumere comportamenti più efficaci.
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martedì 4 giugno 2019

Funzione dei processi di autoregolazione affettiva e dell’oggetto-droga all’origine della dipendenza patologica



Si definisce dipendenza patologica una condizione caratterizzata dall’uso distorto di una sostanza, di un oggetto o di un comportamento; uno stato mentale disfunzionale caratterizzato da un sentimento di incoercibilità e dal bisogno coatto di essere reiterato con modalità compulsive; ovvero una condizione invasiva in cui è presente un’abitudine incontrollabile e irrefrenabile che causa un disagio clinicamente significativo (Caretti, Craparo e Schimmenti,2008).
Il processo che porta a vivere in modo problematico una relazione affettiva o l’utilizzo di una sostanza è molto articolato: come per tutti i comportamenti disfunzionali, si ritiene che esso derivi  da una complessa interazione tra i geni  e l’ambiente. In linea con i più recenti modelli biopsicosociali, più che di fattori causali, è opportuno parlare di fattori di rischio, di tipo biologico, psicologico e sociale.                                                                                                          La predisposizione biologica è un importante fattore di rischio per l’instaurarsi delle dipendenze patologiche e consiste in un’alterazione della produzione di neurotrasmettitori endogeni (specialmente la dopamina) coinvolti nei processi legati alla gratificazione e alla ricompensa.                                                        Oltre alla vulnerabilità biologico-genetica, un altro importante fattore di rischio individuato è quello tipo psicologico; ovvero l’esposizione a eventi stressanti o traumatici (abuso infantile, problemi familiari, deprivazione sociale) e la familiarità per la dipendenza patologica o altri disturbi psichiatrici (disturbo dell’umore, dipendenza  da alcol, disturbi di personalità) che nel paziente dipendente impedirebbero un sano sviluppo dei processi di regolazione emotiva e degli impulsi.                                                                                                                        
Gli studi psicodinamici sostengono che, nell’ambito dei fattori psicologici, un disturbo dei legami primari, giochi un ruolo di primo piano nella strutturazione della dipendenza patologica (Bignamini et al., 2004; Caretti et al.,2008; Caretti et al.2015; Rondanini,2014). Tradizionalmente, le esperienze di comprensione, contenimento e rispecchiamento da parte delle figure primarie nei periodi precoci della vita sono state collegate alla possibilità di acquisire e maturare la capacità di modulare gli affetti rendendoli mentalizzabili e quindi significativi (Winnicott, Bion). Più in particolare, le sensazioni e le emozioni primitive del bambino, contenute, condivise e trasformate dalla madre in elaborazioni affettive e cognitive, conducono il lattante e poi il bambino a interiorizzare un’attività autoregolatrice indipendente, legata a oggetti del mondo esterno, gli oggetti transizionali appunto, che mantengono l’illusione diadica con la madre e insieme consentono il graduale accesso alla fiducia nel mondo, all’immaginazione, alla creatività, alla simbolizzazione. Invece, quando le condizioni ambientali non rispecchiano, elaborandole, le manifestazioni spontanee, i bisogni, le paure del bambino, e per di più quando sono attribuite a lui sensazioni, emozioni, funzioni o compiti alieni, ciò porta a strutturare legami interni ed esterni patologici, piuttosto che favorire un sano sviluppo affettivo, cognitivo e relazionale. In questi casi il bambino è perciò indotto ad affidarsi, per la sua regolazione affettiva, a comportamenti protodifensivi con i quali tenta di evitare la registrazione e la ripetizione di affetti dolorosi, e a ricorrere ad attività autosensoriali o ad oggetti di sensazione. Tutte queste sono modalità primitive di regolazione affettiva che riflettono un livello presimbolico di organizzazione emotiva.                                                                                                                                                                            
Secondo l’approccio psicodinamico, le prime esperienze affettive del paziente affetto da dipendenza patologica, sono state connotate spesso da trascuratezza emotiva (Bignamini e Bombini, 2004); nel senso che il bambino non ha avuto accanto a sè persone che si sono prese cura dei suoi bisogni emotivi, impedendogli di alleviare il primissimo sentimento di inferiorità fisiologico e di raggiungere in seguito un sufficiente grado di autonomia affettiva (Bignamini e Bombini,2004). Simili traumi hanno nuociuto alla strutturazione della personalità, poiché hanno impedito di raggiungere una percezione integrata dell’unità psiche-soma, compromettendo in seguito la capacità d’identificare e pensare a livello cosciente i sentimenti dolorosi vissuti nel profondo. In termini dinamici, ciò significa che nel paziente dipendente, le componenti emotive delle precoci esperienze traumatiche rimangono escluse dal normale flusso della coscienza, depositandosi in un sistema di memoria traumatica implicita.
In questi pazienti, le emozioni traumatiche che tenderanno a riemergere successivamente, si presenteranno il più delle volte sotto forma di sintomi post-traumatici (iperattività, rabbia, confusione del pensiero, amnesie dissociative, disturbi somatici); sintomi che il soggetto cercherà di contrastare ritirandosi in stati mentali dissociati dal resto della coscienza ordinaria. Quindi, la relazione di dipendenza con un oggetto-droga diventerà per lui lo strumento per creare lo stato di fuga dalla realtà percepita troppo angosciosa, dal momento che  la percezione di un Sé-frammentato lo confronta sia con la sensazione di vissuti emotivi negativi sconvolgenti e sopraffacenti, sia con l’impossibilità di poter vivere, tollerare e contrastare efficacemente tali affetti.                                                                                                                                                
Dunque, in queste personalità l’oggetto-droga assume il ruolo della buona madre che riporta ad una condizione di piacere sensoriale e di alleviamento della pena psichica o degli stati di ipereccitazione. Infatti, l’oggetto-droga permette all’individuo di rifugiarsi in una realtà psicosensoriale differente da quella sperimentata nella realtà ordinaria, assumendo così la funzione di elemento esterno regolatore degli stati affettivi intollerabili che lui non è in grado di autoregolare. In altre parole, il paziente dipendente presenta un difetto evolutivo nei processi di regolazione affettiva.                                                                                          
Per chi è affetto da dipendenza patologica, l'Internet addiction, le droghe, il cibo, il sesso, l’alcool o il gioco d'azzardo, sono oggetti intercambiabili, in quanto tutti hanno il medesimo scopo: quello di realizzare un desiderio di fuga dal dolore mentale che porta, a volte consapevolmente, a rinunciare all'uso del pensiero e della riflessività a favore di una scarica emozionale iterativa messa in atto con modalità progressivamente sempre più compulsive.                                                                                                                                                                       
Dal momento che gli oggetti della dipendenza vengono utilizzati dal paziente come sostitutivi della funzione materna svolta in età precoce dal caregiver, essi hanno delle somiglianze, sotto l'aspetto dinamico, con l'oggetto transizionale: sono non umani, hanno qualità tattili, sono investiti libidicamente, sono costantemente disponibili e prevedibili in quanto il loro utilizzo deriva dalla necessità di avere un elemento di appoggio per mantenere un equilibrio psicofisico nelle condizioni di maggiore tensione. Diversamente dall'oggetto transizionale che perde d'importanza man mano che l'angoscia di separazione viene integrata nel Sé, gli oggetti della dipendenza rimangono essenziali nell'economia del disturbo. Inoltre, a differenza degli oggetti transizionali, le sostanze e gli atti ripetitivi della dipendenza, falliscono il tentativo per chi vi ricorre, di rendersi autonomi nella cura di sé, perché placano l’emozione sul piano somatico ma non sul piano psichico (Rondanini D., 2014).                                                                                                                               
È evidente allora che le problematiche della separazione e del distacco rappresentano un punto cruciale nell'esperienza della dipendenza patologica e sono causa di un alternarsi di condizioni di profonda preoccupazione e di comportamenti regressivi. Infatti, i soggetti dipendenti, in assenza dell’altro, sperimentano un senso disturbante di alterità e di vuoto esistenziale che deriva dall'aver vissuto in modo particolarmente aggressivo la scoperta della separazione e del distacco nelle prime fasi dello sviluppo, con la conseguenza di essere afflitti da un pervasivo sentimento d'impotenza mai elaborato nelle fasi successive. In questi casi le rappresentazioni e i vissuti circa la perdita e la solitudine costituiscono la minaccia principale per il funzionamento dell'Io e, pertanto, i fantasmi persecutori di svuotamento e di frammentazione di sé obbligano a un'intensificazione delle difese per affrontare l'angoscia di essere se stessi.                                                                                                                                                                           
L'imminente pericolo di un cedimento psichico è il dramma che si replica costantemente nel mondo interiore di questi soggetti e si riferisce a una particolare intollerabile tensione da cui deriva la complessità dei meccanismi di difesa attivati per controllare il terrore della vulnerabilità. In questi casi il piacere che si ricava da una qualsiasi forma di dipendenza patologica dà un sollievo solo sul piano somatico e temporaneo poiché l’assenza di un registro simbolico capace di dare significati ad un mondo interno non può essere colmata da sostanze e oggetti provvisori e artificiali.                                                                                                                                                                 
Stando così le cose, ci chiediamo: è possibile innestare delle potenzialità simboliche, e quindi psichiche, nella mente del paziente dipendente? È possibile modificare in lui l’energia non simbolizzata in energia trasformabile in significato? D. Rondanini (2014) sostiene che se un minimo di capacità simbolizzanti è mantenuto nella psiche del soggetto con dipendenza patologica, quell’obiettivo è raggiungibile col metodo e il setting psicoterapico, poiché essendo questo un dispositivo caratterizzato da elementi presenti anche nelle cure materne (continuità, ritmicità, regolarità e immodificabilità), si rivela un potente apparato di simbolizzazione quando è associato ad un ascolto attento e partecipe da parte dell’analista.                                                                      

La possibilità di vivere soggettivamente l’esperienza terapeutica e di potersene appropriare da parte del paziente viene perseguita attraverso lo sviluppo di quei processi transizionali che la situazione psicoterapica sa ricreare, sia colmando le carenze ereditate dalla originaria funzione di rispecchiamento-significazione materna, sia per l’accesso del paziente al registro metaforico del paterno, che il sistema del setting veicola.                                                                              All’origine della cura, di grande utilità, specie con i pazienti che funzionano prevalentemente sul registro del presimbolico, è da parte del terapeuta l’esercizio della funzione di reverie sulle manifestazioni non verbali del paziente. Infatti, è sintonizzandosi sul livello translinguistico incarnato dal corpo del paziente che il terapeuta può avvicinarsi al suo affetto, alla sua emozione non contenuta e quindi non simbolizzata.                                                            L’attivazione della funzione di reverie permette al paziente di rendere l’esperienza inconscia oggetto di riflessione perché il terapeuta si pone con un atteggiamento ricettivo, di ascolto e di accoglimento verso quel quantum di affetto non rappresentato e mai vissuto a livello cosciente dal paziente, nel rispetto del quale è possibile favorire le sue potenzialità espressive e simboliche. 


Bibliografia
- E. Bignamini, R. Bombini-Approccio psicodinamico al tossicdipendente. Riv. Psicol. Indiv.; n. 56: 87-102 (2004)
- V. Caretti, G. Craparo, A. Schimmenti- Psicodinamica delle dipendenze patologiche. Nuove dipendenze. Eziologia, clinica e trattamento delle dipendenze “senza droga”. Vol. 2: 108-116; 2008
- V. Caretti e D. La Barbera- Le dipendenze patologiche. Clinica e psicopatologia. Ed. Raffaello Cortina, 2015
- D. Rondanini-Origini precoci della dipendenza e relazione analitica. Quaderni di cultura junghiana. Anno 3, numero 3; 2014



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venerdì 24 maggio 2019

Lo Stalking

Lo stalking, definito anche come "sindrome del molestatore assillante", identifica un insieme di condotte persecutorie ripetute nel tempo che incidono sulle abitudini di vita della vittima, causando un grave stato di ansia o di paura, o peggio ancora ingenerando il timore per la propria incolumità.
Il termine stalking deriva dall'inglese "to stalk", termine proprio della caccia, e significa "appostarsi, avvicinarsi alla preda furtivamente".


Il comportamento caratteristico del molestatore assillante è, infatti, quello di seguire la propria vittima nei suoi movimenti. Un elemento fondamentale dello stalking è il carattere di serialità e continuità dei comportamenti molesti.